Marchionne e lo spirito governativo

“E’ la rivincita dei riformisti su tutti gli altri”, ha commentato ieri l’accordo su Pomigliano il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, durante la presentazione del libro scritto da Maurizio Sacconi e Gianni De Michelis. Ed è su questa linea interpretativa che si dilungano gli esperti di cose sindacali. Dice al Foglio Michele Magno, studioso di questioni del lavoro ed ex dirigente della Cgil e dei Ds: “Dubito che la Fiom non conoscesse il piano Marchionne per Pomigliano".
10 AGO 20
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“E’ la rivincita dei riformisti su tutti gli altri”, ha commentato ieri l’accordo su Pomigliano il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, durante la presentazione del libro scritto da Maurizio Sacconi e Gianni De Michelis. Ed è su questa linea interpretativa che si dilungano gli esperti di cose sindacali. Dice al Foglio Michele Magno, studioso di questioni del lavoro ed ex dirigente della Cgil e dei Ds: “Dubito che la Fiom non conoscesse il piano Marchionne per Pomigliano, compresi gli aspetti che oggi le appaiono insormontabili. E’ per ragioni solo politiche che, alle strette, non compie il gesto più ragionevole e sindacalmente più nobile: firmare, facendo presente le riserve, ma firmare comunque”. Magno cita un precedente che “scavalca di gran lunga” la questione Pomigliano: il sì nel ’92 di Bruno Trentin all’abolizione della scala mobile con il governo di Giuliano Amato.

Subito dopo Trentin si dimise, condividendo la responsabilità di quel patto ma consapevole di tutte le implicazioni. Anche Bruno Manghi, ex direttore del centro studi della Cisl, evoca Trentin, ma lo indica a Guglielmo Epifani più che alla Fiom: “Non è vero”, dice Manghi, “che il leader della Cgil ha le mani legate. Proprio perché è in scadenza, ha rotto con governo, Confindustria e magari con il partito, Epifani può moltissimo. Può soprattutto compiere un lungimirante atto di coraggio, riportando la Cgil al tavolo delle relazioni sociali: sarebbe un lascito non da poco”. Due dei maggiori esperti di relazioni industriali di provenienza sindacale concordano che la vicenda ha implicazioni maggiori del mantenimento in Italia e al sud dell’industria dell’auto. Il governo per esempio vuol passare dai grandi contratti nazionali ai contratti “modulari” per settori e territori. Per dirla con Maurizio Sacconi: “Dallo statuto dei lavoratori allo statuto dei lavori”. Ieri Sacconi ha rimpianto la vecchia Fiom: “Una volta era un’aristocrazia operaia che non avrebbe mai commesso l’errore di allontanarsi dalla sua base”.

La politica del “socialdemocratico” Marchionne incontra la volontà del Cav. e di Tremonti di sfrondare proprio la Costituzione dai vincoli alla libertà d’impresa: “E la Fiom”, aggiunge Manghi, “non capisce che così conferma ciò che dice Berlusconi”. Magno e Manghi osservano che Pomigliano può avere la stessa valenza del licenziamento nel 1979 dei 61 dipendenti contigui al terrorismo. “Romiti”, osserva Magno, “sapeva da tempo che a Mirafiori girava di tutto e ne aveva informato il Pci torinese. Il suo obiettivo fu di far coincidere la ripulitura interna con il passaggio alla produzione basato sui robot. Il sindacato fu sconfitto e le cose cambiarono per sempre. Con benefici per tutti”. Secondo Manghi oggi siamo a un’altra svolta: “Il piano Marchionne delinea tre piattaforme produttive per Stati Uniti, Europa e oriente. All’Italia viene riservata, con la Polonia, la piattaforma europea. Di fronte a questo, di che parliamo: di permessi di malattia e di qualche ricorso alla Corte costituzionale?”.